Ritorniamo a Holt, alle origini: viaggiare con Kent Haruf

Hai mai provato a mungere una mucca? No, immagino di no. […] si sedeva con la testa vicinissima al fianco della bestia per evitare di essere colpita troppo spesso dalla coda – una sorta di frusta sporca di merda capace di accecare – lavava le mammelle con uno straccio umido, strizzava un po’ di latte da ogni mammella per pulirle a fondo e cercare tracce di mastite, si infilava il secchio tra le ginocchia e finalmente mungeva, lasciando alla mucca abbastanza latte per non far morire di fame il vitello. Poi passava alla mucca successiva e così via.

Leggere è sempre associato a un viaggio in cui il lettore viene trasportato pagina dopo pagina attraverso luoghi e vite che l’autore decidere di mostrare: luci, ombre, strade infinite, case piene o vuote, personaggi che si trasformano in persone e carne ed ossa all’interno della nostra immaginazione.

Conto sulle dita di una mano gli scrittori che sanno emozionare i lettori portandoli in posti aridi, senza molte attrattive oltre che i rodei dei tori, le sagre di paese e la raccolta fondi della chiesa batista, luoghi geografici che non trovano un vero riscontro sulla mappa ma che sono veri per noi lettori che li andiamo ad esplorare. I personaggi di Kent Haruf, dopo la trilogia della pianura, sono diventati reali ci siamo innamorati con loro, abbiamo pianto con loro.

Ecco che NN Editore ci regala con “Vincoli” (255 pagine, 18 euro) un lato di Kent Haruf che ancora non avevamo visto: l’esordio di questo autore non è dotato della tenerezza, della fiducia nelle persone presente nella trilogia ma si rivolge al lettore in maniera diretta. Kent Haruf nel suo primo romanzo guarda in faccia chi sta leggendo il suo libro -uno sguardo serio e torbido, in qualche momento dolce e nostalgico- mutando forma ed entrando sotto la pelle di Sanders Roscoe che ha da raccontarci una storia su una certa Edith Goodnough,  dalle sue radici fino ai rami più freschi, agli ultimi eventi capitati a Holt.

Kent Haruf ripercorre l’albero genealogico di Edith Goodnough, inziando dai suoi genitori, Ada e Roy Goodnough, coloni arrivati dall’Iowa nell’arido e incoltivabile Colorado, con niente di più di un carro di ciarpame e una marea di lavoro all’orizzonte. I due riescono a costruire una casa, lavorare i campi e completare la famiglia con due bambini: Edith e Lyman. Nei momenti di bisogno Ada si appoggia ai vicini: una donna indiana con la pipa sempre in bocca e il suo bambino John Roscoe. Quando Ada muore la donna con la pipa è là, ed Edith sa perfettamente che dovrà prendere il suo posto. Il carico di lavoro è tanto e Roy, saltuariamente, chiede a John Roscoe -il padre del nostro narratore, Sanders- di aiutarli, anche in un maledetto giorno d’estate, durante il raccolto, quando la vita di tutti cambierà: il destino prende vie impervie e impossibili da prevedere. Roy, crudele e senza alcuna sensibilità, perde le dita delle mani (a parte un mignolo) nella mietitrice. Il destino è crudele e Roy -anche se ora non ha che due moncherini, non più autonomo-  si salva per poter spadroneggiare per anni e anni sui figli. I Goodnough non fanno nulla se non lavorare sotto il sole per anni, per la precisione una quarantina. Edith e Lyman sacrificano ogni cosa sotto le urla e i comandi del padre: Roy non permette che perdano tempo al bar, per socializzare, innamorarsi, fare amicizia o semplicemente vivere.

Edith, più di Lyman, rinuncerà all’amore di John  Roscoe guardando la sua fattoria da lontano sotto al sole o su un trattore, anche quando John a malincuore proseguirà la sua vita. In qualche modo John cerca di mantenere i contatti con loro mandando lì il figlioletto ad aiutarli. Sanders e Edith diventano amici, lui aiuta lei a sopravvivere alle angherie e alle pretese dure e impossibili di Roy. L’amicizia di Edith e Sanders continua anche dopo la morte di John fino al giorno, il tempo presente nel libro, in cui Sanders sente il bisogno di raccontarci tutta la storia di Edith un pomeriggio, quando la luce del sole è meno intensa e si intuisce già che tra non molto calerà il buio.

Se è vero che da subito la narrazione è più cruda e manca quella luce benevola che su tutta la trilogia della pianura ha avuto la funzione di ammorbidire i contorni dei personaggi e delle loro relazioni, in “Vincoli” si sente un amore profondo, un amore che può mutare in odio, ma che comunque conserva le fondamenta di un sentimento positivo. Edith decide di non lasciare il padre solo anche quando la sua esistenza appare insostenibile, anche se dovrà rinunciare all’amore della sua vita. Sacrifica se stessa per aiutare il fratello a ritagliarsi quel poco di vita che gli rimane e anche quando Lyman sarà troppo debole per sopravvivere ci sarà lei a sostenerlo.  Questo stesso amore pervade John Roscoe che continua la sua vita in nome della normalità: il corpo a un chilometro dal suo cuore, a casa di Edith. Insieme a questi sentimenti positivi e, forse ormai di un vivere antico, ci sono sentimenti altrettanto forti che l’autore ci sbatte in faccia in tutta la loro viva e cruda drammaticità: il sacrificio, il dolore per una vita spesa per gli altri sempre -quella di Edith-, la crudeltà cieca di Roy, la tristezza di Mavis., il rammarico di John, lo smarrimento di Sanders, la fatica di portare avanti una fattoria senza smettere mai di fermarsi.

Il racconto di Kent Haruf è vivido e come sempre riesce a raccogliere l’essenza dell’esistenza delle  persone che crea, dei loro amori, della quotidianità alle volte bella, alle volte triste, alle volte senza via d’uscita in modo molto semplice e con grande impatto. La sua forza sta nel saper raccontare storie che hanno una caratteristica unica: essere possibili. Raccontare il quotidiano, in una fattoria senza eventi eclatanti rientra nella possibilità di una vita, non è un fatto straordinario. Saper narrare la drammaticità e la felicità di un giorno dopo l’altro fino a raccontare una vita intera è privilegio di pochi, uno di questi è sicuramente Kent Haruf.

 

 

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